CEI. IL TESTIMONE DELLA FEDE CUSTODITO E RICONSEGNATO

Ancora una volta papa Francesco ha sorpreso tutti noi. Ha scelto a guidarci come vescovi della Cei un vescovo di 75 anni, Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia. Forse perché è il primo della terna che come vescovi gli abbiamo suggerito insieme a Montenegro e Brambilla. Ha quindi rispettato in pieno le nostre indicazioni. È stato molto bello il clima di elezione: progressivo, maturo, unitario. La scelta del papa premia questo stile: il primo della lista. È quello che lui ha confermato. È un uomo di grande relazione, con i vescovi e con i sacerdoti, per cui creerà un bel clima positivo di dialogo interecclesiale, inoltre gli siamo grati perché nel 2014 ci ha fatto visita in diocesi per i venti anni delPDF mio episcopato. Per noi quindi è una figura conosciuta e ulteriormente stimata. Conosce poi molto bene la realtà dei seminari italiani, perciò pensiamo che sarà di grande aiuto alla loro formazione data la delicatezza del settore, poiché i giovani seminaristi si trovano oggi davanti a sfide sempre più grandi. Auguri vivissimi perciò anche da parte della redazione di Molisinsieme.

Tornando alla figura di Bagnasco, che ci ha salutato, la cosa più bella della nostra fede nel Signore è che per noi si spalanca sempre una porta sul nuovo. È, in fondo, quello che si è vissuto e respirato intensamente, in questi giorni scorsi, alla settantesima assemblea generale di noi vescovi italiani, radunati sotto l’ala del Papa che tanto ci esortato a fare della nostra collegialità la nostra forza. Un’occasione del tutto speciale questa di quest’anno perché ha visto protagonista da una parte il congedo del cardinale Angelo Bagnasco dalla Presidenza della Cei e dall’altra la consegna di una terna di nomi posta tra le mani del Papa al fine di fargli scegliere per la nostra Chiesa in Italia il successore di Bagnasco. L’assemblea è stata, non solo concentrata su questo aspetto, ma mirata a comunicare le sue analisi, le sue speranze e le sue preoccupazioni su quello che sarà operativo e urgente riguardo il Sinodo sui giovani 2018. L’ultima prolusione di Bagnasco ha indubbiamente tracciato una pista determinata e determinante per la riuscita di quello che lui ha più volte esposto come “risveglio”. Sì, risveglio è stata la parola chiave di tutti questi giorni. E per risveglio s’intende: “Sollecitare le nostre comunità affinché facciano spazio ai ragazzi e ai giovani”; mirare a “urgenti politiche familiari consistenti nelle risorse e semplici nelle condizioni e nelle regole”; e non trascurare che “la prima e assoluta urgenza resta ancora il lavoro” perché - ha sottolineato con fermezza il presidente uscente - “il popolo vuole vedere il mondo politico piegato su questo prioritario dramma, mentre invece lo vede continuamente distratto su altri fronti, nonché chiuso in una litigiosità dove non entra per nulla il bene del Paese”. Il risveglio allora deve partire da questo “non rinunciare a riconoscere nella politica una forma alta di carità, cioè di servizio al popolo, attenta ad affrontare questioni quali il lavoro, la famiglia, i giovani, l’inverno demografico”.

La Chiesa non può non avere a cuore i giovani, le famiglie, i poveri e non può che essere “sentinella” in un mondo che pone questioni complesse. La cifra di questa missionarietà, vita intima della Chiesa e di ogni credente, è l’empatia che porta all’accompagnamento. Dietro il tono commosso e grato di Bagnasco, verso l’ultima parte del suo discorso, c’è in fondo il cuore pulsante che lascia il timone della responsabilità a un altro confratello. Noi vescovi abbiamo tratto grande incoraggiamento in particolare dal dialogo fraterno con il Santo Padre, che non si è risparmiato a nessuna domanda di noi vescovi. È un uomo di dialogo e di sguardo. Ho potuto apprezzare ancora una volta la sua freschezza, l’immediatezza, la simpatia nel risponderci. Con quella bellissima intuizione che mi ha consegnato, dopo le mie domande sul futuro dei giovani, sul come leggere la loro precarietà e aiutarli a non restare intrappolati nella disperazione. Si tratta del versetto del libro di Gioele (3,1): “I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”. La vicinanza al loro dramma, alla loro inquietudine in questo tempo che cambia e spesso li travolge è indicata da quest’alto valore, tutto da riscoprire e rilanciare su ogni piano, livello e dimensione sociale, culturale e politica: l’intergenerazionalità. Risorsa che può e deve rifecondare il terreno dove si gioca il futuro dell’occupazione, delle relazioni, dello stesso progresso. Perché, secondo la riflessione del Papa, i giovani e gli anziani rappresentano, a dire il vero, le due realtà più scartate dalla società. E il nocciolo di questo versetto è la reciprocità, il sostenersi. Ecco il domani che spunta con l’alba nuova: da una parte i giovani che si appoggiano all’esperienza degli anziani e dell’altra gli anziani che depongono nel loro cuore la loro preziosa eredità di vissuto, di lungimiranza, di speranza per tutti.

mons. Giancarlo Bregantini