CON DIO INCONTRIAMO IL GRANDE MISTERO CHE SIAMO

A meditare e a studiare la Parola ci spingono tre ragioni particolari: conoscere più dal di dentro questo Dio, che si è voluto coinvolgere con tutto Se stesso nella storia umana; scoprire, come ci sussurra il Concilio Vaticano II, perché piacque a Lui rivelarsi a noi come Parola vivente; impegnarci con il miracolo della Buona Notizia, che ci rimanda costantemente alla bellezza del nostro credere. Nella Parola noi, infatti, incontriamo Dio, ci incontriamo fra noi, incontriamo il grande mistero che siamo e in Essa accogliamo l’insegnamento del Suo amore, che ci supera, che ci accompagna e ci rischiara la strada da ogni nube di incertezza e di paura. Il suggerimento di Papa Francesco, di dedicare interamente alla Parola di Dio una domenica, in ogni diocesi, ci ha portato a fare esperienza di una vera e propria Festa. E’ vero che tutti sentiamo la grande sete di questo annuncio di salvezza, nelle nostre case, nelle piazze e nei borghi. E proprio per questo abbiamo visto, per ben sette giorni, il compiersi trasfigurante del Verbum Domini, nella consolazione e nella profezia, con l’avvicendarsi di letture e catechesi serali, fra lacrime ed emozioni, fra canti e riflessioni.

Il metodo adottato durante questa settimana biblica ci ha mostrato, in effetti, tutte quelle disposizioni necessarie, personali e comunitarie, interiori ed esteriori, per vivere bene l’ascolto e la proclamazione della Parola. Tutte le giornate del Verbum Domini sono state precedute e preparate come una tessitura amorosa dalla messa mattutina, da cui poi ha avuto avvio la lettura continua della Bibbia. Si capisce allora più a fondo il perché, quando si legge la Parola di Dio, ciascuno è come se salisse il monte Sinai e si lasciasse irradiare dalla Luce, che sgorga dalla Parola stessa. Ma qui l’azione fondamentale, da non trascurare mai, è il fare ritorno, con questo volto baciato dalla Parola, in mezzo agli altri e comunicarne la gioia, la pienezza. Ricordiamo questo: il volto riesce a dire meglio e prima delle parole! Sarà nei nostri occhi e sul nostro sorriso che il mondo si accorgerà del potere trasformante che la Parola opera su di noi credenti! Quello che è certo, all’indomani di questa festa, è che è la Bibbia stessa che ci catechizza. E’ immediata la risposta che la Bibbia sa donare alle nostre inquietudini antropologiche, alle tante e parte domande che inquietano i nostri giovani e gli ambienti dove la Parola ancora non trova spazio e accoglienza. Torna attuale il precetto presente nella Didachè: “Ogni missionario, ogni apostolo della parola, sia ricevuto come il Signore” (cfr 11,1). Ciò significa che chi è chiamato ad annunciare il Vangelo lo fa in nome di Dio e alla Sua presenza. Ogni discepolo, qui sulla terra, in mezzo a noi, non è altro che servitore di Colui che lo ha redento e attirato dietro a Sé. Chi evangelizza, porta il Signore, la Sua Persona, non le proprie idee o convinzioni religiose. Da come parleranno, dai toni che useranno, dalla contentezza che manifesteranno e infonderanno, dalla pace che recheranno potremo allora riconoscere che questi annunciatori appartengono veramente al Signore, al Maestro di Nazareth, che comanda: “Splenda la vostra luce davanti agli uomini perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Ecco allora le nostre tre care e preziose stimmate d’annuncio e testimonianza: prima di tutto, splendere; secondo, far parlare i fatti, le opere, sì, la nostra vita della nostra fede che nutriamo in Dio; infine, stimolare chi ci guarda e ci ascolta a lodare Dio, a celebrare il Suo nome, benedicendo chi Lo fa conoscere e amare.

LA LUCE DEL VERBUM DOMINI

Abbiamo imparato molto dal Verbum Domini. La famiglie facciano perciò proprio il Cantico dei Cantici, commentato nella sua pienadolcezza, nella gioia di costruire relazioni affettuose, solide più della morte, poiché come sigillo sul cuore, più forte della morte è l’amore. Ci sia un amore attento verso i Borghi aperti: questo è infatti il nostro obiettivo sociale, che si basa su questa rete di relazioni di stima, forti e profonde. Costruiamo questa rete d’amore che spezza ogni campanilismo, ogni contrapposizione. Ogni cuore, poi, si lasci interpellare con chiarezza, quando guarda al mistero della vita. Scorra implacabile, come il fiume Biferno, che sgorga impetuoso dal Matese, fonte di grazia e di vita. Si mediti con calma il corpo sapienziale presente nella Bibbia, con un’attenzione nuova al libro del Qoelet, che ci ha permesso di raccogliere le sue ardite provocazioni, spingendo il nostro sguardo oltre il suo apparente pessimismo. Alla luce di Gesù, anche il monito, più volte ripetuto, Vanità della vanità, si è trasformato in un pressante invito alla autenticità. E’ vano quanto si trattiene. Egoisticamente. Perché poi evapora, si scioglie nel nulla. Vano, appunto. Regge e fa invece godere solo quello che tu doni.

Solo i gesti di solidarietà sociale resistono al tempo. Perché è solo il Cristo che da senso al tempo. Lui è il filo della collana. Con lui nulla sfugge. Nulla è vano. I giovani sappiano cogliere, più di ogni altro, le penetranti domande che Gesù pone a ciascuno di noi, alle nostre comunità, nei nostri paesi: Cosa dà “sale” (cioè sapore) ai nostri passi? Chi cercate? Voi, chi dite che io sia, cioè chi sono per te? Quanti pani avete? Nessuno ti ha condannata? Queste le perenni domande che penetrano con profondità nella cultura nostra di paesi. Con risposte dirette, che i nostri giovani hanno saputo dare. Intessute di solidarietà, di dono, di verità, di responsabilità. Senza la Parola, infatti, si resta insipidi! Solo con essa, la pura logica del numero si spezza e si vince! E si va oltre il puro criterio efficientistico, per cui non si licenzia, perché mancano i soldi, ma si cercano insieme altre vie di soluzione, anche con il contratto di solidarietà. Dinnanzi allo stupore della proclamazione di tutta la Lettera ai Romani, letta tutta d’un fiato, con la voce di tre chiese sorelle, Valdese, Riconciliazione e Cattolica, apprendiamo quanto è di valore il dialogare, il confrontarci.

Questo modo di accostare la Parola ci insegna, infatti, che solo essa sa creare ponti. E non solo in chiesa. Ma ancor più nella politica, perché l’imminente competizione elettorale sia spazio non di contrapposizione velenosa, ma di dialogo rispettoso: gareggiate nello stimarci a vicenda! (Rom 12,10). La sanità, la cura ai deboli, lo stile della comunione, riemerge fortemente nel libro di Giobbe, perché non ci sia sterile compassione, ma rispetto intenso della dignità di ogni ammalato, rispettato, curato bene e subito, con quell’aver cura della persona, che supera il semplice “curare la malattia”! E infine, eccola, l’Apocalisse, che ci restituisce il sapore dell’infinito e dell’oltre di Dio, perché la città di quaggiù abbia sempre come riferimento la Gerusalemme celeste. Quali i frutti sperati del Verbum Domini? Saranno un amore crescente alla Parola, la giornata settimanale della Parola e l’angolo della Bibbia, nelle case. Questo ci permetterà di testimoniare la forza dell’annuncio, specie negli ambienti di vita, come il lavoro e la politica, anche per fondare, appunto, i valori su cui basare la prossima consultazione elettore. Benediciamo Dio che ci parla, spalancandoci all’orizzonte della Suo esserci qui, accanto a noi, quando cadiamo e quando corriamo, avvolti dal Suo Regno e dalla gioia di conseguire la meta della nostra fede, cioè la salvezza delle anime (cfr 1Pt 1,1-9).

mons. Giancarlo Bregantini