Divorzio breve, danno alla società

Ormai lo sappiamo: più si discute, meno si capisce. Più aumentano i dibattiti (televisivi) e meno si affronta il problema. Ecco, allora, che ogni tema diventa un’epocale battaglia di civiltà e di progresso. Talmente epocale da farci sentire ottusi se non ne comprendiamo la portata o se, addirittura, la pensiamo diversamente. Gli slogan sono sempre gli stessi: “non è un voto per…, ma per (qualcos’altro)” e la “battaglia per i diritti civili” ha finito col trasformarsi in lotta (legittima) per i diritti dei gay. Tutelare la dignità delle persone, a prescindere dell’orientamento sessuale, e battersi per impedire le violenze è cosa ben diversa dal riconoscere il diritto alla famiglia con figli. Sottolineare che la famiglia è qualcosa di diverso non significa fare violenza o volere una società incivile. Le armi della comunicazione e di “distrazione di massa” (le uniche usate dalla politica) toccano, invece, i tasti giusti e, quindi, pur di non sentirci ottusi e arretrati sposiamo la tesi del: “…e che male c’è?” Con questa frase noi cattolici abbiamo giustificato, prima, Ruby rubacuori e, ora, i matrimoni gay o il divorzio breve. L’unica cosa che sappiamo fare è dividerci in squadre (di calcio), anziché distinguerci perché portatori di un quid diverso, di una visione del mondo “altra” e “migliore”.

Il divorzio breve, solo per parlare dell’“ultima battaglia di civiltà”, trova tutti d’accordo quando si tratta di alleggerire il carico pendente sui tribunali o di non fornire pretestuose occasioni ai coniugi-contendenti per farsi del male, ma, ancora una volta, ci accontentiamo degli slogan senza andare in profondità. Personalmente sono testimone (disarmato) di blasfeme lotte fra coniugi che, in nome della Fede (!) o dei figli, continuano a procurare ferite mai risanabili. Il divorzio breve (la legge, in realtà, non ha mutato i tempi, ma solo la procedura) esclude il ricorso al giudice e l’intervento del pubblico ministero, ma eliminare i medici non significa eliminare la malattia. Sappiamo bene quanto la prassi dei tribunali abbia svuotato il valore di tali interventi, ma siamo sicuri che il coniuge debole troverà ancora adeguata tutela? Si obietterà che trattasi di separazioni consensuali e che le parti possono condurre una paritaria trattativa, ma la realtà è diversa. L’esperienza dimostra che le trattative (ancor più se stragiudiziali) richiedono forze ed energie non inferiori. Solo chi ha i mezzi e la forza (anche psicologica) di perseverare, riesce a conquistare qualcosa. Non poche donne, ad es., devono ricorre al gratuito patrocinio per difendersi, giacché, avendo rinunciato a un reddito autonomo per dedicarsi alla famiglia, non sanno come fronteggiare l’inaspettata sete di giovinezza del marito cinquantenne. Io stesso ho conosciuto casi di donne portate prima dal notaio per cedere le proprietà e poi dal giudice per la separazione. La nuova legge prevede numerosi strumenti di tutela, ma non risolve i problemi e i drammi che già esistono. Sinceramente non sono d’accordo con la ingenua opinione che sarebbe stata abolita la possibilità della riconciliazione. Nemmeno penso che la facilità di divorziare renderà ancor più fragili i matrimoni, perché raramente si divorzia per divertimento. Per quanto dissimulata, vi è sempre una sofferenza profonda.

Il “nuovo” divorzio, come il matrimonio gay, nulla toglie al matrimonio religioso, ma toglie molto, invece, alla società civile. Vi sono validi motivi “laici” e “civili” per riconoscere l’incongruenza e l’irrazionalità di tali progetti. La società civile deve interrogarsi sul proprio destino, sul ruolo dell’uomo e della donna al suo interno, sul senso e sulla “utilità” della nostra presenza. È tutto, forse, finalizzato al piacere e all’utilità momentanea? Oppure ha ancora senso cercare la felicità nello sguardo rugoso, ma solido, di una moglie, piuttosto che in quello compiacente e al botulino della fidanzatina di turno? Le risposte non sono legislative, ma antropologiche. Il problema è che tipo di uomini vogliamo essere e che solidità dovranno avere le fondamenta della società che stiamo costruendo. Lo stesso Sinodo, d’altronde, non si è interrogato sulla comunione ai divorziati, ma sul senso del matrimonio e della famiglia nella nostra società. I cristiani dovrebbero essere capaci di dire qualcosa di diverso, di leggere il mondo con gli occhi di Dio, non di ripetere gli slogan e i titoli del giornale. Se non recupereremo il ruolo profetico del laicato cristiano e se non saremo noi a dare contenuto a parole, ormai vuote, nessun altro potrà farlo e noi avremo perso anche…il diritto a lamentarci.

Francesco Carozza

Giudice ecclesiastico e direttore OGLM