È IL CIELO IL CUORE DI FATIMA

A 100 anni dall’apparizione della Vergine la pace resta la grande sfida.

A Fatima, in quella conca segnata da tanta normalità del lavoro rurale nella pastorizia, Dio si è chinato sulla semplicità di tre ragazzi: Lucia, Francesco e Giacinta. Sotto il sole, con il volo bruciato dalla fatica. Ma insieme, con un cuore sempre lieto, bello, pulito. Vero. Come sono vere le preghiere che sgorgano da quel luogo autentico, non chiassoso, dalla scorza antica. Tre giovani! Lucia di 10, Francesco di 9 e Giacinta di 7 anni. E in quel loro restare fanciulli, ma tenaci, coraggiosi anche davanti alle minacce della polizia e ai ricatti dei grandi, quei tre volti raccolgono il grido di tanti ragazzi, spesso soli e sofferti per colpe nostre di grandi. Mi raccontava una mamma, dolente per la separazione da parte di un marito irresponsabile. Lascia di colpo la sua famiglia. E ne crea un’altra. Gesto terribile, perché colpisce soprattutto il figlio Carlo, di sette anni, che reagisce con un’espressione di immenso dolore: Ma perché non c’è papà? Dove è andato? Perché non torna alla sera, come prima?Io sono solo un bambino! Solo un bambino!”. Storie di dolore, ben diverse. Ugualmente drammatiche. Per questo, ancor più preziosa sarà l’imminente canonizzazione che papa Francesco, in occasione della sua visita a Fatima, farà di Giacinta e di Francesco. Ci dirà che ogni ragazzo ha diritto di essere ascoltato per primo.

La sua voce non potrà mai essere dimenticata da noi adulti, nel compiere scelte che tengano realmente conto, soprattutto di loro. Piccoli, ma già veri, presenti, attivi. Partecipi, soprattutto. Come per i tre “pastorelli” di Fatima, capaci di eroico sacrificio, nel privarsi anche dell’acqua in estate, mentre custodivano il gregge, nelle assolate campagne di Cova di Iria. Lo fanno per uno scopo grande: chiedere ed ottenere da Dio la conversione dei peccatori. Ecco il cuore della pastorellità: il farsi pastori di anime, guidarle, ricondurle a Dio prima di tutto con la preghiera e poi con l’esempio, sintesi di semplicità, per far spazio a quel Dio in cerca di cuori aperti alla Sua luce e al Suo amore, con la gioia sul volto e semplicità di vita. Accompagnati per accompagnare. Per questo, la prima domanda che fanno alla Vergine il 13 maggio 1917, nella prima delle sei apparizioni della Vergine, sarà proprio sul cielo: E io andrò in cielo? - chiede Lucia – Sì, ci andrai. E Giacinta? – Anche lei. – E Francesco? – Anche lui, ma dovrà recitare molti rosari! Un dialogo bellissimo, commovente! E’ il cielo il cuore di Fatima. Per esso, tutto è sopportabile. Ed è proprio il cielo, con il sole che danza, nell’ultima apparizione, il 13 ottobre, che diventerà segno mirabile di conferma certa di tutto il cammino. Ai nostri ragazzi si può chiedere di più! Ne sono capaci. Sentono alto il gusto della bellezza e della preghiera. Ma proprio per questo, noi per primi dovremo dar loro il come affinché essi s’immergano nella scoperta del perchè. In un accompagnamento che sa di terra amata.

L’essere pastorelli, infatti (come lo erano le due ragazze che avevano visto la Madonna al santuario di Castelpetroso, nel 1888), ci dice che ogni terra è sacra. Non tanto i grandi centri, quanto le periferie assolate e dimenticate. Fatima diventa così un ulteriore spinta ad amare e a non dimenticare le aree interne, i piccoli ma graziosi borghi del Molise. A non privarli mai di un prete. E se è difficile, ci sia sempre almeno un diacono che intoni il rosario, che apra la chiesa, e indichi il cielo ai ragazzi, donando così senso all’intercessione degli ammalati nel loro dolore. Per chiedere soprattutto la pace, che resta la grande sfida di Fatima. L’apparizione, sia dell’angelo di luce, simbolo del Portogallo, già nel 1916 e poi della Madonna nel luglio 1917, è sempre intessuta della richiesta di pace. Siamo, infatti, nel punto critico della sanguinosissima prima guerra mondiale. Una strage assurda. Milioni di giovani vittime innocenti. La Vergine insiste perché si reciti il Rosario proprio per ottenere la pace, come aveva già esortato papa Benedetto XV il 5 maggio 1917. E risentiremo, sempre, la grande promessa, mentre chiede preghiere per la conversione della Russia: il mio cuore immacolato trionferà. E realmente trionfò, per le preghiere ed i rosari, anticipando così la caduta del muro di Berlino, molti anni dopo. Serio monito per le scelte che si stanno compiendo in America! La preghiera può tutto. La pace si deve chiedere, con fiducia e costanza. Allora, non occorreranno i muri, ma basteranno cuori che sanno accogliere e capire le ragioni dell’altro, elevando al cielo mani di fraternità. E a dirci questa verità così normale, sono ancora una volta proprio i bambini, i piccoli, gli umili della terra! Ed eccoci a quel 13 maggio 1981, in piazza san Pietro. Tutti ricordiamo lo sparo del terrorista turco contro papa Giovanni Paolo II. E quelle immagini di dolore straziante attraversano ancora il nostro cuore, come quella gip attraversava in fretta la piazza. Fu un’angoscia mortale. Il mondo intero con il fiato sospeso. Eravamo in cattedrale a Crotone, per una solenne celebrazione. E un messaggero teneva informato, di minuto in minuto, il nostro amato Vescovo mons. Giuseppe Agostino, dell’esito. Una preghiera intensissima saliva al cielo, come negli atti degli apostoli, dalla comunità di Gerusalemme, per la liberazione di Pietro. Miracolosa, anch’essa, come prodigioso fu il tragitto del proiettile, che non offese organi vitali. Tutti abbiamo ripensato al terzo segreto di Fatima, intravedendo in papa Giovanni Paolo quel “vescovo vestito di bianco, che attraversava una grande piazza, in preghiera, per giungere alla sommità, dove fu ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono diversi colpi di arma da fuoco e frecce!”.

La profezia si faceva realtà, proprio nella festa della Madonna di Fatima. Salvato per le preghiera e per la penitenza! Proprio per questo, lo stesso papa volle che il proiettile, raccolto subito dopo in piazza, fosse poi riposto dentro la corona d’oro della Madonna. Ora è nel museo della Basilica. Mi fece un’impressione immensa, pellegrino a Fatima con un gruppo di preti per un corso di esercizi spirituali sulla lettera ai Romani, notare che aveva la stessa dimensione del foro lasciato dall’artista della corona, nel punto d’incontro dei raggi. S’infila perfettamente, quasi fosse stato pensato per quel sito. Com’è vero quanto dice san Paolo: dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia! (Rom 5,20). Così i tre pastorelli ci parlano ancora. E pregano per noi, perché ogni terra sia sposata e curata. Perché la pace sia frutto, non di muri di paura, bensì di mani intrecciate nel rosario. E perché là dove si sente il peso del male, la Vergine possa sempre difenderci, deviandone la traiettoria, per un cielo che vince ogni paura. La vita, sotto questa danza, non sia mai ridotta ad uno sguardo sfuggente. Sia piuttosto percorsa coi piedi nudi della speranza e le mani aperte dello stupore. E troveremo soavi anche quelle pagine appesantite dall’inchiostro del dolore.

mons. GianCarlo Bregantini