Gli “atti di rinuncia” alla vita, tra ricatto, riscatto e redenzione

Un nuovo anno volge al termine e tra i temi e gli argomenti scottanti su cui tracciare un consuntivo v’è – purtroppo un’altra volta ancora – quello delle “morti innocenti” di coloro che, per ricatto della morte, abdigano alla vita. Come a dire che il ricatto si fa strumento ingannevole attraverso cui illudere a un riscatto e, forse, a una redenzione. Triste epilogo che, senza fare appello a inutili sensi di colpa, scuote – sempre con maggior enfasi – il cuore e l’intelletto di ciascun uomo e di ciascuna donna di coscienza. L’interrogativo essenziale resta uno: che tipo di modello rappresento per me stesso e per il mio prossimo? Già, perché sia a casa, che sul posto di lavoro, sia per gioco o per amore, uomo o donna che io sia, madre o padre, insegnante o politico, laico o religioso, divento e resto credibile se ciò che professo agisco. E ciò, soprattutto, difronte alle scelte difficili, alle assunzioni di responsabilità, alla modalità con cui affronto e gestisco le quotidiane fatiche e gli eventi traumatici che contraddistinguono il variegato tracciato della umana esistenza. I dati delle morti per rinuncia alla vita registrano dati sconfortanti – proporzionalmente anche in Molise – se, come insegna lo psichiatra Maurizio Pompili (responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio nell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma e professore associato di Psichiatria della “Sapienza” Università di Roma), il suicidio “è la seconda causa di morte tra i 15 e i 29 anni”.

Ben venga la matura e consapevole solitudine volta a forgiare il cuore e le menti dell’essere umano, a temprarne lo spirito e ad affinarne la crescita della propria dimensione sociale, culturale e spirituale. In questo senso, ad esempio, pare legittima la scelta di chi, come il “Signor Michel Eyquem de Montaigne [1533], già consigliere al Parlamento di Bordeaux – [decide di ritirarsi] nel castello di famiglia nel Périgord….. Per rendere ancora più palese la sua intenzione di “volgere le spalle alla compagnia”, sceglie di vivere in una torre d’angolo, isolata dall’edificio centrale: tre spazi angusti, l’uno sull’altro, costituiscono il suo buen retiro…. La volontà di esiliarsi dal consorzio umano, di rannicchiarsi e raccogliersi nel suo guscio “come le tartarughe”, è motivata con sagacia (ed una punta di egoismo)…” [Le ostriche di Montaigne, del prof. Valentino Petrucci, Università degli Studi del Molise, settembre 2017, pagg. 3 e 4]. Ma quando la solitudine si appanna di isolamento e questi conduce il fratello o la sorella a non condividere il proprio vissuto di smarrimento con il prossimo, allora c’è da chiedersi dove io mi colloco e dove la società sosta innanzi a quell’apparente senso di normalità nel cui profondo, invece, si agitano un senso di vuoto e silenziose urla di disperazione. - Ma vuole davvero morire? - Nessuno si suicida perché vuole morire. - E allora perché lo fa? - Perché vuole fermare il dolore. (Tiffanie DeBartolo)

Ecco: il dolore! Entità che non si fa giogo leggero da poter coraggiosamente sopportare ma che diviene un incombente fardello per coloro che, in situazioni di fragilità psicologica, possono sentirsi costretti a liberarsene con la morte. Quale maggiore assenza di modelli di riferimento e il forte scollamento tra il dire e il fare diviene condizione che esautora di valori il quotidiano vivere e spegne di energie e di speranze gli animi dei più deboli? E di ciò, chi ne subisce gli effetti maggiori se non la vulnerabilità, la prorompenza e i sogni di un adolescente? Sogni, ahimé, sempre più spesso infranti e abortiti sul nascere perché, in fondo, un suicidio altro non è se non un atto estremo di aborto e, dunque, di rinuncia al sogno agognato; ovvero, un atto di deliberata volontà quale auto punizione da infliggersi per trarne, paradossalmente, una forma di riscatto.

Orbene: circa l’impegno dei più grandi verso i giovani, il Vescovo Bregantini ci ricorda che “accompagnare è l’arte dell’adulto”, mentre un accorato anelito di Speranza ai grigiori e al buoi della disperazione restano le parole di Papa Francesco che, nella Sua catechesi dedicata al Paradiso, accende una lampada: “Il paradiso non è un luogo da favola e nemmeno un giardino incantato, ma l’abbraccio con Dio, Amore infinito, e ci entriamo grazie a Gesù, che è morto in croce per noi. Quindi nell’ora della morte, quando anche non ci fosse più nessuno che si ricorda di noi, Gesù è lì, accanto a noi. Vuole portarci nel posto più bello che esiste, con quel poco o tanto di bene che c’è stato nella nostra vita, perché nulla vada perduto di ciò che Lui aveva già redento”. (Udienza generale del 25.10.2017). Nessun verdetto, quindi, è dato all’uomo sull’indicibile intimità umana del proprio simile.Non giudicare i suicidi [perché] non si può sapere quanto è forte il dolore dell’altro, quanto è insopportabile. Alla tortura si soccombe; e che cos’è il dolore acuto, fisico o psichico, se non una tortura accanita? (Fausto Gianfranceschi). Resti, infine, uno spirito di profondo raccoglimento, che – per stare anche ai recenti drammi, soprattutto giovanili – mi fanno esprimere la mia personale

Preghiera di un figlio

Cara mamma, caro papà, cara comunità, imparerò ad amare dell’amore di cui mi nutrirete,

e al prossimo elargirò il rispetto e il saluto che da voi avrò appresi.

 Sarò specchio delle relazioni che vi vedrò tessere,

mentre incarnerò diverso stile di uomo e di donna, di padre e di madre, di operaio,

di funzionario, di insegnante, di imprenditore e di politico, se valorizzerete o meno i

miei talenti, e se i vostri ruoli saranno esempi di virtù anziché di corruzione, di

libertà anziché di ricatto, di coerenza anziché di codardia.

 Perché, qual pure ammoniva Pertini, “i giovani non hanno bisogno di sermoni, i

giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”.

 

Danzerò quindi di bellezza, quanto la rosa che oggi vi do’ in dono.

Datemi coerenza e onestà che io sarò modello per i figli di domani.

Amen!

Luigi Fantini