Il nostro clero in viaggio nella storia

Il 10 maggio scorso il ritiro mensile presbiterale della nostra arcidiocesi è stato contraddistinto dalla presenza di Franco Valente, abile e brillante architetto venafrano che ha saputo coniugare Teologia e Arte, evidenziando le ragioni della pittura, della scultura e dell’architettura con arti figurative che abbelliscono l’antica e sempre affascinante chiesa di S. Antonio Abate a Campobasso, il cui spazio, tra l’altro, era stato destinato alla sepoltura dei morti perché l’anima del defunto stesse sotto la protezione del santo, titolare dell’edificio di culto. Agostino d’Ippona a Paolino direbbe sulla utilità di essere sepolti presso la Memoria di un santo: «Se questo è vero, allora anche il desiderio di seppellire i corpi presso le Memorie dei santi fa parte di un legame umano molto bello nei riguardi della tumulazione dei propri cari: perché se il seppellirli è già un atto di religione, non può non contar niente il premurarsi dove saranno seppelliti. Ma siccome è la consolazione dei superstiti a ricercare queste cose in cui si esprime l’affetto del cuore verso i propri cari, non vedo quale utilità ci possa essere per i morti, all’infuori di questo che, mentre i vivi ripensano dove sono stati tumulati quegli amati corpi, li raccomandano nella preghiera a quei santi a cui li hanno affidati come patroni, perché li aiutino davanti a Dio» (AGOSTINO, Sulla cura dovuta ai morti, 4.6). Il valente architetto ci ha ricordato che la presenza di una reliquia, appartenente al titolare della chiesa, garantiva ai defunti non solo la protezione del Cielo, ma anche, al momento della Parusia, la gloria immortale i cui pegni si venerano nella reliquia del santo.

Al pari delle reliquie, le immagini sacre, specie in Oriente, erano considerate un simbolo teso alla comprensione del divino e all’accompagnamento spirituale verso una dimensione che va al di là di quella immanente. Ma Leone III Isaurico, mosso sia da considerazioni di ordine pratico – togliere un argomento all’incalzante propaganda musulmana che accusava di idolatria i cristiani – sia dalla preoccupazione della crescente influenza sulle masse popolari dei monasteri e dei monaci, presso i quali si trovavano immagini particolarmente e fanaticamente venerate, considerò un’eresia il culto delle icone. Altresì non possiamo dimenticare che Dio dice: «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra» (Es 20, 4). L’incarnazione di Cristo ha fatto sì che si superasse tale proibizione in quanto Gesù è il rivelatore del Padre, fattosi prossimità mediante il suo Figlio, Signore e Maestro. L’iconografo che vuole dipingere il sacro dovrà pregare e digiunare per trenta giorni, perché un’icona non può non nascere dalla preghiera e da una vita mistica, nonché ascetica vissuta da colui che è chiamato dalla Provvidenza a raffigurarla. Ritornando allo spazio liturgico che ci ospita, veniamo a conoscenza che «la chiesa – cito il sito della Regione - è di poco posteriore, con un portale tardorinascimentale molto semplice, recante la data del 1572, e due figure rappresentate da S. Antonio Abate e S. Leonardo. L'interno, architettonicamente semplice, anch'esso ad aula unica con soffitto piano, conserva una molteplicità di opere d'arte di particolare rilevanza, dagli affreschi del poco noto artista campobassano Michele Scaroina, che si susseguono nella parte alta delle pareti, alla serie dei pregevoli altari di marmo di epoca barocca nei quali confluisce la perizia degli artigiani locali nella carpenteria lignea, che si può ammirare anche nella cantoria d'organo e nella nicchia che ospita la statua del santo. Gli altari ospitano tele e sculture che risaltano nella ricca cornice lignea. Opera di Francesco Guarino è la tela del 1643 con "S. Benedetto che libera un benedettino ossesso" sullo sfondo dell'Abbazia di Montecassino; nella parte superiore dello stesso altare il Guarino dipinse La Pietà, dai chiaroscuri molto forti ed una intensa espressione dei volti. Altre opere dello stesso autore si trovano nell'altare di S. Antonio Abate: i dipinti eseguiti nel 1942, di piccolo formato, sono scene riferite alla vita del mistico eremita.

L'altare presenta una nicchia al centro con la statua del Santo rivestita in oro zecchino, datata alla metà del sec. XVI, racchiusa da dipinti dai quali traspaiono l'inventiva e la sua capacità artistica nel disegno e nei giochi cromatici. A Scipione Cecere, pittore napoletano, appartengono due dipinti su tela (S. Giovanni Battista e S. Gregorio Papa) sormontati da due più piccoli (S. Antonio da Padova e S. Francesco d’Assisi) fiancheggianti la nicchia nel cui interno si erge la statua della Vergine col Bambino. Sulla medesima parete, in alto, vi è l'organo, opera in legno intagliato e rivestito in oro zecchino, ricco di ornati, risalente secondo la data ivi riportata, al 1696. Le pareti laterali sono attraversate da affreschi eseguiti nel 1614 dal pittore campobassano Michele Scaroina: essi, benché corrosi dal tempo, sono di buona fattura e rappresentano scene riferite alla vita di S. Antonio Abate. Un altro artista napoletano presente nella chiesa di Campobasso è Paolo Finoglia, autore della lunetta, raffigurante il Padre Eterno, situata sul secondo altare a destra (la cui pala scomparve, sembra, in concomitanza con la presenza francese a Campobasso, quando furono trafugate le colonne dorate da tutti gli altari della chiesa). Altri dipinti, come la Tentazione di S. Antonio, sulla parete di fondo del coro, sono opera di influsso fiammingo del tardo Cinquecento» (cfr. www.regione.molise.it/web/turismo/). Caratteristica è la statua lignea di san Francesco d’Assisi realizzata dallo scultore campobassano Paolo Saverio Di Zinno. Il dipinto del soffitto della navata è di Amedeo Trivisonno, quello del presbiterio, invece, è di Leo Paglione, entrambi realizzati nel XX secolo.

fra Giancarlo Li Quadri Cassini, direttore Commissione diocesana per Arte sacra e Beni culturali