“Il perdono e le ferite nella coppia”

Nel giorno della festa dei Santi Sposi, un convegno per commemorare il matrimonio per eccellenza, quello tra Giuseppe e Maria, e offrire alle coppie un nuovo sguardo sui rapporti, un metodo che aiuti i coniugi a guardarsi con occhi diversi, col Vangelo tra le mani, su un sentiero chiamato perdono. L’incontro, organizzato dall’associazione Santi Sposi, in collaborazione con Famiglie Nuove (sezione del movimento dei Focolari), si è svolto domenica 21 maggio nel salone Celestino V della curia arcivescovile di Campobasso. Relatori d’eccezione i coniugi Salvatore Ventriglia, neurologo e psicoterapeuta e Rita Della Valle, ginecologa e sessuologa, che hanno offerto ai presenti la loro esperienza professionale e soprattutto di vita. Sposati da trentadue anni, genitori di due figli, Salvatore e Rita hanno proposto un percorso condiviso, nel quale ognuno abbia il coraggio di guardarsi dentro, guardare le proprie ferite e, attraverso una comunicazione cuore a cuore, riconoscere quelle dell’altro e superare le crisi. “Il tema è di grande attualità - hanno spiegato Maria Assunta e Domenico Sollazzo, che presiedono l’associazione in Molise - ed è molto delicato perché coinvolge la coppia, motore della famiglia e quindi della società”. E proprio partendo dalla coppia e imparando a curarne ferite e cicatrici, si può scoprire che il perdono è un incrocio di sentieri di vita, come recita il titolo dell’ultimo libro del dottor Ventriglia “Il perdono: incrocio di sentieri di vita. Ferite e cicatrici dei rapporti”, presentato in anteprima nazionale nel corso del dibattito.

AMORE E DOLORE: FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

Bisogna andare lontano per comprendere bene il senso del perdono e viverlo nella coppia. “Partire quindi dal dolore - ha detto il dottor Ventriglia - aspetto fortemente connesso al perdono e che ci riporta alla nostra vita di bambini”. Questo è un argomento molto delicato perché il concetto di dolore è bandito dalla nostra società, attenta alla parte ludica e gioiosa dell’esistenza e protesa a scappare da tutto ciò che ci fa male. “Lo sanno bene i bambini - ha aggiunto - che trovano diversi modi per fuggire dal dolore, in maniera del tutto naturale e istintiva. Come si scappa dal dolore? Si smette di sentire le emozioni, si prova rabbia, si attribuisce la colpa agli altri, s’indossano maschere per apparire molto più forti di quanto non siamo, s’imposta la vita solo sulla razionalità”. Crescendo impariamo che amore e dolore sono facce della stessa medaglia perché mentre l’amore ci fa sperimentare la pienezza del ‘noi’, il dolore ci fa sentire le assenze e le mancanze. “Una volta saliti sul treno della vita e iniziato il viaggio, s’incontrerà, inevitabilmente, il dolore e cercarne il senso, c’interpellerà come esseri umani e come cristiani”.

QUANTI DOLORI?

“Possiamo distinguere due tipi di dolori: quelli prevedibili e quelli imprevisti. I primi sono prevedibili perché mettiamo in conto che possono arrivare: la consapevolezza che la vita finisce, la malattia, una gravidanza difficile, le forze che vengono meno col passare degli anni, problemi a lavoro. Risposte a questi dolori vengono dalla fede in Cristo e dalla condivisione di ciò che viviamo con i nostri amici. I dolori imprevisti sono molto più devastanti perché provocano smarrimento: difficoltà di sentirsi coppia, scoprire che ci si è sposati per mancata consapevolezza, non sentirsi compresi o stimati, una vita sessuale insoddisfacente, solitudine che avvertiamo a tavola o sotto le coperte. E ancora: costatare che a un certo punto si parlano lingue diverse, un figlio che si ammala o si droga, una figlia che rimane incinta e qui l’impotenza di dare una mano, il sentirsi falliti come genitori, proprio noi che ci siamo giocati la vita per amore. Un fratello o un amico che ci fanno del male, il coniuge che ci lascia o che ci tradisce. Oppure l’altro che vive una prova, un momento difficile e tu che lo ami non puoi far nulla, se non stare nel baratro con lui. E poi ci sono i momenti in cui abbiamo la consapevolezza di aver tradito Dio, di aver amato altre cose più di Lui. E questo è un dolore davvero atroce per la nostra anima di cristiani”.

IL RAPPORTO CHE SI AMMALA

Quando proviamo dolore, pian piano il rapporto si ammala e compaiono dei sintomi, come per ogni malattia. Le cosiddette “spie rosse dell’amore”: una comunicazione più sul fare che sull’essere, l’accumulo di emozioni che ci portano improvvisamente a scoppiare, una scissione tra la vita di coppia e di casa, il silenzio, iniziare ad avere zone d’ombra nelle quali l’altro non può entrare, fino a vere e proprie vie di fuga dal rapporto. “Tutti questi sintomi ci aiutano a capire che la nostra coppia ha bisogno d’aiuto e ci conducono, inevitabilmente, a un crocevia: scegliere o no di perdonare, noi stessi e l’altro”. COS’È IL PERDONO? A questo punto la coppia si trova davanti alla grande scelta, un’opportunità, per quanto dolorosa, di ricominciare da capo. “Ma il perdono non è un semplice chiedere scusa - ha sottolineato la dottoressa Della Valle - è un atto che si compie ogni volta si vivono o si rivivono situazioni che ci hanno creato dolore”. Per-dono è proprio concedere un dono all’altro. Un processo che coinvolge il livello cognitivo, emotivo e comportamentale della persona che ha subìto un danno e che, attraverso il perdono, smette di provare rancore e di avere comportamenti ostili nei confronti dell’offensore. “Il perdono non è chiudere un occhio sulla realtà che ci fa soffrire, lasciar correre e guardare oltre, non è un desiderio di giustizia, dimenticare l’offesa ricevuta. Non è subire passivamente, ignorare l’esistenza del danno, svalutare la propria capacità di agire per cambiare quella situazione. Se reagiamo così avremo delle serie conseguenze: accumuliamo rabbia fino a scoppiare oppure iniziamo ad avere disagi psicologici e fisici. All’improvviso uno dei due sbatterà la porta e se ne andrà e il partner non saprà nemmeno spiegarsi il motivo perché il coniuge ferito non gli ha mai palesato il suo dolore, non gli ha mai fatto capire perché soffriva. Oppure avrà problemi come depressione, attacchi di panico, esofagiti, coliti, ipertensione: tutte risposte a forti livelli di stress nel corpo”.

TUTTI POSSIAMO IMPARARE A PERDONARE

Per imparare a perdonare sul serio, dobbiamo partire da noi stessi. La chiave di volta sta nel rivolgere lo sguardo ai nostri errori, limiti, fragilità, mettersi in discussione, pronti a guardare la trave che sta nel nostro occhio, prima ancora di vedere la pagliuzza in quello dell’altro. Imparare a considerare i limiti del coniuge come fragilità e non come colpe. “La capacità di perdonare non è un talento innato - ha puntualizzato con forza la dottoressa - non c’è chi ce la fa e chi no, possiamo imparare tutti a perdonare. Perdonare e chiedere perdono è un allenamento costante”.

IL PERDONO È UNA DANZA

In un passo a due i ballerini sono sincronizzati, seguono il ritmo e assecondano fluidi i movimenti l’uno dell’altra. E, proprio come in una coreografia, anche nella danza del perdono le figure devono susseguirsi secondo un ordine preciso. “Chi ha subìto un torto sente il dolore, lo riconosce e ha la facoltà di esplicitarlo all’altro. A questo punto della coreografia l’offensore prende consapevolezza del suo errore, sente su di sé il dolore della ferita che ha inferto e chiede scusa, in maniera solenne e profonda. Il cuore ferito sceglie di accogliere le scuse e dona il suo perdono”. Il passo a due è concluso. La musica tace, il sipario si chiude. L’anima trova sollievo, l’energia negativa si dissolve e si torna a respirare. La gioia si fa spazio, la speranza intona il suo canto e i due ballerini sono pronti per danzare un nuovo ballo.

Fabiana Carozza