La rivoluzione della tenerezza

Il pensiero di Papa Francesco sulla virtù cristiana che sta a fondamento del dialogo

Chi ha studiato la storia umana, conosce bene la valenza e il ruolo degli eventi rivoluzionari. La storia di ogni popolo ne è piena: possiamo dire che la rivoluzione è la matrice della dinamicità storica dei singoli stati e delle istituzioni internazionali. Quando una comunità o una parte di essa, si ferma a riflettere sulla propria storia e sul proprio presente, e prova a valutare la distanza tra le finalità attese e quelle concretamente conseguite, crea le condizioni perché nascano progetti di rivolgimenti rivoluzionari. L’interesse degli studiosi è per lo più rivolto alle rivoluzioni positive, quelle che hanno promosso e realizzato cambiamenti sociali all’interno di progetti di pace, di giustizia, di conquista di benessere generale.

Attraenti sono le rivoluzioni culturali, scientifiche, artistiche, che hanno inciso sui modi di pensare, di riflettere e hanno creato nuovi stili di vita. Penso all’Umanesimo, al Rinascimento, all’Illuminismo, penso alla rivoluzione scientifica della fine del seicento, in modo particolare nel settore della medicina, penso alla rivoluzione demografica, che, nel settecento, ha triplicato in pochi decenni la popolazione europea, penso alla rivoluzione agricola, a quella industriale, a quella pedagogica ed educativa, a quella giuridica, che ha fissato il senso autentico della libertà, a quella artistica, a quella filosofica, che ha incentrato la propria ricerca sulla persona umana, a quella telematica e tecnologica, penso infine a quella religiosa condotta con attenzione dalla Chiesa di Roma nei fasti del Concilio Vaticano II. Tutte queste rivoluzioni hanno scritto la storia dell’umanità e hanno consentito la progressione dei popoli verso la conquista della verità, verso la pace, verso la concordia internazionale. Oltre alle rivoluzioni effettuate, ci sono quelle auspicate, quelle sognate, proprie dei pensatori utopisti.

Gli utopisti sono una componente essenziale della cultura di tutti i tempi; essi chiedono, dopo aver rilevato carenze e difficoltà nella vita e nelle relazioni sociali, il cambiamento della società, il cambiamento della cultura, desiderano una inversione della tendenza della storia umana. Anche il nostro tempo ha ferite che lacerano il tessuto della società e colpiscono la vita interiore dei singoli uomini. Anche il nostro tempo cova rivoluzioni e trasformazioni, in nome della dignità della persona umana, in nome della giustizia, della pace e del benessere.

Su una di queste rivoluzioni, auspicate e sognate, vogliamo riflettere, quella di cui ha parlato Papa Francesco nella Cattedrale di Cesena, e dallo stesso additata come l’antidoto ai malanni dei nostri giorni. Si tratta della rivoluzione della tenerezza, giudicata non più un opzional bensì un percorso necessario da intraprendere per svuotare di senso ogni cultura della superbia e dell’egoismo. Papa Bergoglio ha indicato lo spessore sconvolgente, rivoluzionario, della tenerezza che non si limita alle carezze che la mamma e il papà fanno al proprio bambino ma supera le mura domestiche e coinvolge il mondo sociale, il mondo politico, coinvolge ogni rapporto umano. Il coinvolgimento è pressante: creare un mondo fatto di tenerezza impone uno spirito rivoluzionario, impone volontà, determinazione, discernimento e capacità operative notevoli.

Papa Bergoglio legge i nemici della cultura della tenerezza: il soggettivismo, l’arrivismo, l’edonismo, l’economicismo, tutte congetture che originano superbia, egoismo, chiusura agli altri, opposizioni di ogni genere. La tenerezza, per Papa Francesco, coinvolge ogni relazione umana, ed è il fondamento del dialogo. Ogni dialogo autentico, costruito sull’ascolto e sullo sguardo di occhi che si incontrano, non può non essere tenero. La tenerezza domina il mondo interiore degli uomini e diventa cultura e si trasforma in stile di vita: raggiunge la vita scolastica, la vita politica, la vita economica, raggiunge ogni rapporto umano e lo sconvolge con i valori che la legittimano e la fondano, quali l’accoglienza, l’apertura agli altri, il bene comune, la condivisione. Esiste, dice Papa Francesco, il linguaggio della tenerezza che ha le sue parole e le sue espressioni qualificanti, linguaggio che deve, nel tempo rivoluzionario, sostituire quello positivistico ed empiristico dell’attuale comunicazione. Il linguaggio della tenerezza è schietto, è caloroso, è aggregante, è semplice, ed è vero. Nello stesso discorso di Cesena, Papa Francesco invita a fuggire il mondo delle chiacchiere, che è per lo più fatto di menzogne e di bugie, mondo che non va sottovalutato nella sua capacità di incidere negativamente sui rapporti umani, mondo che non a caso egli definisce terrorismo. Una chiacchiera è un atto terroristico quando demolisce, quando crea deviazioni di lettura e di interpretazione di eventi, quando è menzogna, quando spinge ad azioni inconsulte.

Papa Francesco mostra la propria totale disapprovazione nei confronti del mondo delle chiacchiere che ha una larga collocazione nell’ambiente di oggi, che è fatto di superficialità e sudditanza alle leggi del relativismo e dell’egoismo. Esiste l’ottica della tenerezza, esiste e va trasmessa alle giovani generazioni perché ne possano utilizzare fin dalla più tenera età. E’ naturale che bambini e adolescenti debbano fare esperienze di tenerezza, e questo coinvolge innanzi tutto le famiglie e le scuole tutte, da quelle dell’infanzia fino a quelle universitarie. E’ bene che i giovani, quando entrano nel mondo sociale e nel mondo del lavoro, posseggano la cultura della tenerezza, che è cultura del bene comune, cultura della socialità e della fratellanza. Nella rivoluzione della tenerezza i due fronti ci sono sempre, ma sono entrambi interiori: è l’uomo il rivoluzionario, ed è lo stesso uomo il retrogrado e il conservatore. Il castello da abbattere è la parte della mente che ha ceduto alla presunzione della superbia e dell’egoismo.

Egidio Cappello