Lavoro, giovani e responsabilità: quella porta chiusa sul futuro

Sembra di essere alla prima di un’opera teatrale. I posti sono tutti occupati. Sulla scena, in penombra, appare al centro, lui, l’uomo d’oggi. E’ solo sul palcoscenico. Si mostra curvo sui suoi gemiti. Il respiro è pesante. L’unica compagnia è quel sottofondo musicale lieve, un adagio malinconico, dalle ali spezzate. Note che feriscono il cuore, che raccontano la nostalgia di quel che l’uomo ancora non è. Il pubblico è col fiato sospeso. Attende parole. La suspense è alta. L’uomo fissa tutti. Cerca di stabilire una sintonia fra il suo cuore e quello di chi lo guarda. Nel silenzio, il protagonista sporge allora in avanti le sue mani e si presenta loro con queste parole: “Io sono queste mani aperte, ma vuote! Ho mani, ma non posso adoperarle. Le mie sono mani legate dal filo spinato della povertà. Non ho lavoro e perciò non posso essere i miei sogni! Chiedo di essere guarito da questo vuoto. Chiedo la sola possibilità di guadagnarmi il pane, che la porta della felicità sia aperta anche sulla mia vita! Perché, senza lavoro, ho già perso ciò che nemmeno ho potuto guadagnare!”. Avviene proprio così nelle oppressioni del nostro tempo, che chi si è lasciato invasare dal proprio egoismo, dal potere, dall’ossessione del denaro, alla fine rende schiavi i propri fratelli. Non per nulla la Chiesa ribadisce continuamente che la causa della disoccupazione è la corruzione, ossia la cattiva gestione delle risorse comuni. Il lavoro che manca è, infatti, il delitto terrificante che colpisce le nuove generazioni.

La disoccupazione, che tracima e non si riesce ad arginare, è un’uccisione giustificata da parte delle Istituzioni che, spesso, verbalmente, la denunciano pure come piaga sociale, come fosse causata dagli alieni, e dall’altra, però, non si impegnano a risolverla concretamente! Il Papa di recente, nel suo viaggio pastorale a Genova, con una pressante esortazione alla speranza e alla responsabilità sociale, ha chiaramente ammonito che: “Quando l’economia perde contatto con i volti delle persone concrete, essa stessa diventa un’economia senza volto e quindi un’economia spietata”. Ma l’economia non la fanno le pietre. Essa è una scienza esercitata dagli uomini! E quando essa è abusata o orientata a fare del male all’uomo, ciò significa che l’uomo è ancora incapace di dare piena forma alla sua libertà, perché egli, in fondo, si nega alla Verità. E un’economia senza carità, figlia di una Politica mefistofelica, alleata di un’idolatria grossolana, altro non è che una sentenza di morte sulle nuove generazioni, che precarizza, sfrutta e umilia i più indifesi, fino a ridurre all’utile addirittura ciò che di più nobile Dio abbia generato.

Di fronte a questa constatazione, l’accento va posto indubbiamente sulla correlazione tra disposizioni interiori della coscienza e azioni e decisioni esteriori in concorso alla realtà, che, in quanto creata, è ogni giorno consegnata da Dio a tutti gli uomini. Ecco perché tutti debbono lavorare! Il lavoro è la condizione del compimento dell’identità personale e collettiva. E’ l’attuarsi della storia nella propria storia. E’ il processo umano del crescere ontologico, dove l’uomo, lavorando, sa di poter portare alla luce il tesoro nascosto che è dentro di sé, sottoforma di talenti, aspirazioni, capacità, e soprattutto sa di dover per partecipare all’iniziativa divina del creare, del plasmare la realtà, il mondo. e non può rinunciarvi. Il lavoro è la consapevolezza riguardo la propria dignità e il proprio mandato sulla terra. Saranno proprio questi, sotto il profilo contenutistico, i fondamenti irrinunciabili della prossima 48ª Settimana Sociale dei Cattolici Italiani (Cagliari, 26 - 29 ottobre 2017), sul tema: “Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo e solidale”.

Il lavoro deve tornare ad essere per tutti. Perché lavorare è l’unico modo che l’essere umano ha per congiungere in sé il cielo e la terra, il fango e le stelle, l’essere e il divenire, il senso e la promessa che abita la sua esistenza, il fare con il creativizzare. Mancare del necessario è rischiare di guardare alla vita come un accumulo di sole necessità, come ad una condanna. Dare, creare lavoro significa, invece, far comprendere all’uomo che egli è anzitutto persona, non oggetto o merce, creatura cioè vocata a conoscersi, a realizzarsi, a sentire suoi, per le sue opere e la sua responsabilità, i campi del mondo. Il lavoro è decisivo. Sia una lampada accesa nel cuore della notte di chi soffre questo flagello, imposto da coloro che hanno, finora, preso più del necessario. Comodamente, senza curarsi di coloro che sono rimasti soli con la propria fame di giustizia.

Ylenia Fiorenza