Riforma di procedura non di Dottrina

Riforme. Riforme costituzionali, riforme elettorali e, ora, riforme ecclesiali. Riformare per abbandonare il passato e guardare al futuro. A ben vedere, in realtà, la ri-forma è un riportare alla forma originaria, un porre rimedio alle deformazioni accumulatesi nel tempo. La “riforma” del processo canonico è una di queste. Il fallimento di un matrimonio non può essere trattato con le stesse categorie di un fallimento societario ed è per questo che il Papa ha deciso di ri-formare questa parte del codice di diritto canonico. L’aspetto umano deve prevalere su quello tecnico e formale e la salvezza delle persone sul rispetto delle forme. Ecco, dunque, cosa cambierà: i tempi saranno più brevi grazie all’abolizione della doppia sentenza. Sarà sufficiente che un solo tribunale si occupi del caso, senza la trasmissione d’ufficio della causa al tribunale di secondo grado. La centralità dell’“indagine” sarà costituita dalla realtà spirituale e di fede degli sposi, nonché dalle cause effettive delle nozze, avendo riguardo alle peculiari circostanze di tempo e di luogo. Nei casi in cui i fatti (brevità della convivenza, reiterata infedeltà, matrimonio c.d. “riparatore”) si rivelino più eloquenti delle parole, il giudice avrà meno ostacoli procedurali per ristabilire la verità. È da sottolineare come il Papa non abbia modificato nessuno dei canoni sulla dottrina (sulla teoria), ma solo quelli sulla procedura: ciò sta a significare che nell’antica sapienza della Chiesa vi sono già tutti gli strumenti necessari per essere misericordiosi e per vivere nella verità, che sola rende liberi. Non sempre, tuttavia, le norme procedurali devono ritenersi un ostacolo o un orpello. La loro essenza, infatti, è la tutela della verità (l’indissolubilità del matrimonio) e dei deboli (il coniuge che non può contare su una adeguata tutela processuale). Resta un pericolo: confondere la misericordia con il “volemose” bene. Anche in questo caso vi sono gli strumenti per operare correttamente: affidarsi a persone professionalmente competenti e non cercare scorciatoie. Pronunciare una sentenza basandosi solo sulla “compassione” (nel senso peggiore del termine) oppure affidarsi al personaggio “ammanicato” di turno, significherebbe solo perpetuare la menzogna e accontentarsi di dare una parvenza di regolarità a una situazione intrinsecamente ingiusta. Non è questo il luogo per soffermarsi sui tecnicismi del motu proprio, ma una cosa è certa: nessuno (Vescovi e Sacerdoti da un lato, stanchi divorziati dall’altro) può permettersi il lusso di lasciare qualcuno “nel peccato”.

Francesco Carozza