RIPARTIAMO DALL’AMORE DI BETLEMME

Carissimi fratelli e sorelle, uomini e donne di buona volontà delle Chiese sorelle del Molise. Il Natale del Signore è ancora una volta dinanzi a noi e ci conquide e stupisce con il fascino della Sua luce, con la forza del Suo calore e con l’esaltante verità del Dio-con-noi che si incarna nella povera condizione umana, affinché ogni uomo abbia accesso a Dio, alla salvezza e alla vita vera. Anche per noi, oggi, come già per i pastori di allora, risuona l’annuncio angelico della “grande gioia”: oggi è nato un salvatore che è il Cristo Signore! (Lc 2, 10-11). Anche a noi, oggi, non è preclusa l’opportunità di poter udire l’inno Gloria a Dio nel più alto dei cieli / e pace in terra agli uomini che egli ama (Lc 2, 13-14), cantato dagli Angeli su un contesto non meno oscuro di quello odierno. Basti ricordare il viaggio faticoso compiuto anche da Maria e Giuseppe da Nazareth a Gerusalemme, per soddisfare la vanità di un imperatore; oppure le pesanti ripulse subite da Giuseppe, in cerca di un posto ove possa nascere il bambino, assieme al freddo della notte e al disinteresse con cui il mondo accoglie il Figlio di Dio che nasce, e a quella pesante cappa di grigiore, di incredulità, di superficialità e di scetticismo, evidenziata nelle gravissime ingiustizie presenti allora nel mondo come nelle denunce, talune disperate, dei migliori pensatori e scrittori di Roma. Anche a noi, oggi, non è preclusa la possibilità di decidere, come fecero i pastori, di andare senza indugio a vedere questo Bambino, ad adorarlo e a fare ritorno a casa e sul nostro cammino di ogni giorno glorificando e lodando Dio per quanto udito e visto e serbando in cuore, come Maria, tutte queste cose (Cf. Lc 2,15-20). Ne va di mezzo il vero senso del Natale e della nostra esistenza.

Il Natale guarda alla Pasqua e il presepio ha in sé allusioni alla morte e risurrezione di Gesù. La culla di legno in cui nasce Gesù rimanda al legno della croce; le pecore offerte dai pastori ricordano l’agnello immolato; la Madre, curva sul Figlio in fasce, richiama la pietà di Maria che tiene tra le braccia il Figlio esanime. L’Altissimo viene tra i piccoli –canta una antica liturgia cattolica- si china sui poveri e salva! Ecco il vero senso del Natale che ci riporta al centro della nostra redenzione donando all’esistenza dell’uomo quella gioia che non avrà mai fine, anche avendo nel cuore grandi dolori e ferite che, magari proprio in questi giorni, si riaprono. Sì, gioia. Essa non era solo dei contemporanei di Gesù, ma è anche nostra perché anche oggi il Verbo della vita si rende visibile e tangibile nella nostra vita quotidiana, nel prossimo da amare, nella via della Croce, nella preghiera e nella Eucarestia, in particolare l’Eucarestia del Natale. Necessario punto di arrivo, il Natale. Come tutte le disparate figure del presepio, di diversa grandezza e misura, tendono e guardano allo stesso punto, alla capanna dove Maria e Giuseppe, con il bue e l’asino, attendono la nascita di Gesù e lo adorano fin dai primi momenti dopo la nascita, così anche noi tendiamo, attraverso il cammino e le trame, sovente contorte, della vita di ogni giorno, allo stesso punto, dove è il Cristo che si incarna nella storia, la nostra storia, unicamente per amore, specie dei più poveri.

Convergiamo verso Betlemme dove Dio, incarnandosi nella pienezza del tempo, ci sottrae definitivamente dagli schiaccianti singulti di un tempo fatto solo di istanti che segnano, nella finitezza, passato-presente-futuro, dal lugubre Kronos degli antichi greci, per inserirci, attraverso un tempo opportuno (Kairòs) nell’ evo suo proprio, quello di Dio, di “quell’Uno e Due e Tre che sempre vive” (Par. XIV, 27), l’eternità (Aion) di quell’ “Amor che move ‘l sole e l’altre stelle” (Par. 33, 145). Solo in Dio l’uomo ritrova pienamente se stesso. Necessario punto di partenza il Natale, anzitutto per l’odierna penuria di profeti. Profeta è “colui che tiene lo sguardo fisso verso il Dio che viene” (Martin Buber), ma, al tempo stesso, ha anche i piedi ben piantati sulla terra. Anche oggi non manca chi guarda in alto mentre i suoi piedi sembrano aver perduto –speriamo non in modo irreversibile- il contatto con la terra degli uomini; come non manca chi –speriamo in maniera altrettanto non irreversibile- è talmente incollato al proprio frammento di terra fino a perdere di vista l’insieme –con l’uomo e la sua dignità di persona al centro- e l’orizzonte più grande, con quel primato che spetta a Dio. E allora ripartiamo, carissimi Fratelli e Sorelle, da Betlemme, per ripartire da Dio, proclamando ovunque nella città dell’uomo, nel creato e nella storia, il primato di Dio: - Mai dando nulla per scontato nel nostro cammino di fede, magari cullandoci nella presunzione di sapere già quanto invece è perennemente avvolto nel mistero.

Dunque, con santa inquietudine e ricerca; - Ponendo, nel nostro agire comunitario e sociale, tutti i progetti umani sotto la Signoria di Dio e misurandoli solo sul Vangelo; - Godendo di una esperienza di profonda serenità e pace, rispetto ai frutti di vita che un tale urgente e improcrastinabile atteggiamento susciterà. Ripartiamo dal Dio che si incarna: - Per tornare alla verità di noi stessi; rinunciando a farci misura di tutto, per riconoscere che Egli soltanto è la misura che non passa, l’àncora che dà fondamento, la ragione ultima per vivere, amare e morire; - Per guardare le cose dall’Alto, vedere il Tutto prima della parte, partire dalla Sorgente per comprendere il flusso delle acque; - Per misurarci su Gesù Cristo ed entrare nel cuore di Lui, che chiama Dio “Padre”; - Per abbandonare al soffio dello Spirito il nostro cuore tormentato e inquieto, perseverando con Maria e Giuseppe nella notte dell’attesa e della adorazione; - Per uscire dalla violenza dell’ideologia, dalla “dittatura del relativismo”, dalla condizione di un naufragio senza etica e senza speranza. Il Dio-con-noi, l’Emmanuele, nato a Betlemme, è il Dio che può aiutare l’uomo a trovare le vere ragioni per vivere e vivere insieme. A fronte delle acque basse in cui sembra stagnare oggi la vita civile, sociale e politica del nostro “villaggio globale”, ripartiamo da Dio per ritrovare senso, slancio, motivazione per rischiare ed amare.

Ripartiamo da Dio, per riconoscere, alla luce della semplicità e povertà della grotta di Betlemme, di essere nati anche noi per imparare ad amare di più; ad osare di più; ad andare oltre i limiti delle nostre ferree recinzioni, delle nostre comodità, dei nostri piccoli traguardi, che mentre escludono Dio, e l’uomo, a loro volta imprigionano ed escludono da Dio, e dall’uomo. E insieme preghiamo: Signore Gesù, o Emmanuele, Dio-con-noi, che cammini sulla nostra terra e soffri le nostre povertà per annunciare il comandamento della carità, infondi in noi il tuo Spirito d'amore che apra i nostri occhi, per riconoscere in ogni uomo un fratello: e finalmente diventi quotidiano il gesto semplice e generoso che offre aiuto e sorriso, cura e attenzione al fratello che soffre, perché in questo Natale non facciamo festa da soli. Amen.

Tanti auguri, carissimi, dai vostri Vescovi

+ GianCarlo, + Camillo, + Gianfranco, + Claudio