TENEREZZA, BALSAMO SULLE CREPE DELL’ANIMA

Per questo editoriale, a chiusura di questa estate, tremendamente sofferta ma pur sempre bella, mi piace raccogliere il nostro cammino in una significativa frase del Qoelet. E lo faccio con gusto. Mi inquieta questo libretto. Alza sipari e crea domande. Quelle stesse domande che Gesù stesso sapeva tanto porre al cuore della sua gente. Eccola la domanda vitale: Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché vi si affatichino. Egli ha fatto bella ogni cosa, a suo tempo. Inoltre ha posto nel loro cuore la nozione di eternità, senza però che gli uomini possano trovare un senso a ciò che Dio ha compiuto, dal principio alla fine. Ho però capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurarsi felicità, durante la loro vita! (3,10-12).

Questa stagione estiva si chiude, con la sua siccità e i suoi morti per gli incendi e i giovani travolti sulla strada o dalla movida. Non è stato un tempo felice. Troppi di drammi nelle nostre famiglie: Perché tanti incidenti sulla Bifernina? Perché morire dopo una notte in discoteca? Perché così giovane? E perché, curando il proprio terreno per liberarlo dai rovi, si viene travolti dal fumo dell’incendio, acceso proprio per ripulire quel terreno, così amato dai genitori? Quante domande ci ha lasciato!. Nel cuore di ciascuno. Come nel cuore dei nostri sapienti antichi, che avremo modo di ascoltare sotto la tenda della Parola, durante il Verbum Domini. Per rileggerli poi nella meditazione quotidiana, mentre riparte la scuola: Ogni cosa ha le sue crepe, ma è attraverso le crepe che entra la luce!(L.Cohen). La poesia teologica di padre Ermes Ronchi ha restituito a tutti noi, nell’ascoltarlo, la forza di un kerigma rinnovatore.

Necessario, per risanarci da troppi clericalismi statici. Ermes parte dalla stesse domande di Gesù, da quegli interrogativi che si imprimono nel cuore di ciascuno, come spine nella carne: Chi Cercate?. Oppure: Donna, perché piangi? Chi cerchi? E’ la definizione dell’uomo. Noi siamo creature di desiderio e di ricerca. Perennemente. Desideranti e cercatori. Gesù è grande proprio per questo: pone tante domande. Ed offre risposte dirette, con la testimonianza vera ed eroica della sua stessa vita. Come buon samaritano. Che versa, oggi, sulle nostre ferite, di cuore e di terra arida, il suo balsamo di ristoro e di riconciliazione. Chiamati tutti a sussurrare il vangelo al cuore delle creature, rinsecchite per la durezza della vita, con il mormorio della compassione, dell’empatia, della condivisione. E’ proprio quello che ogni diocesi sente di dire ai propri figli, nel mentre riparte l’anno pastorale. Un tempo di speranza, di progettualità carica di futuro. Per poter donare alla nostra gente non le parole consuete, stanche e ripetitive. Vorremmo invece avere degli annunciatori di fuoco, innamorati. Perché incontrare il vangelo è entrare in un fiume di gioia, come ci dice papa Francesco, nella Evangelii Gaudium. Con uomini liberi, gioiosi, che gustano la vita, pur se drammatica. Ma sempre vera! E’ il cuore del Kerigma: puntare sulla felicità più che sulla fedeltà! Perché chi è felice, sarà poi anche fedele. Cioè, liberare il vangelo da tanti moralismi, che lo ingolfano. Di obblighi. Perchè Gesù è uno che ha fatto felice il mio cuore! E perciò lo seguo, divento suo discepolo. Non per un obbligo. Ma per fascino, per attrazione. Lo seguo, per essere felice e so che Gesù ne possiede la chiave. Come evangelizzatori, saremo capaci di testimoniare quello che ci è successo, nell’atto stesso in cui ci siamo messi a seguirlo. Capaci di narrare quanto vale Gesù per noi, quale posto ha nella nostra storia. In che cosa è cambiata, dopo l’incontro con lui.

E quanto, perciò, può cambiare anche la vita del Molise?!. Se le nostre parole saranno di fuoco, se chi ci ascolta sentirà che vivi quello che annunzi, allora il tuo paese troverà spazi nuovi di speranza. Specie per la famiglie ferite dalle tragedie estive. Meglio ancora se quell’annunzio sarà testimoniato da “fratelli o sorelle” che lasciano tutto, senza soldi in tasca, oltre le formalità clericali di permessi formali. Per dire invece che Dio vale più dei figli. Che chi segue lui è libero dalla paure. Che anche la morte non fa paura. Che il cristianesimo nasce sulla strade e percorre, anche oggi, le strade.

Come ci esorta il papa: desidero una chiesa che non attende ma va incontro, che sa accompagnare, sa curare le ferite e riscaldare i cuori. Che non ha nulla da difendere, ma molto da offrire. Che non si contrappone, ma si immerge nelle persone. Sognando la vita insieme! (E.G., 74). C’è una tremenda sete. Nei campi, sulle nostre colline segnate da fossati e da crepe. Ma c’è ancor più una terribile sete di amore, di tenerezza. Che è la lingua madre di ogni omelia, l’unica lingua comune dell’uomo sotto ogni cielo. Certo, una tenerezza combattiva, contro gli assalti del male. Che non tace. Che sa scendere in strada contro i tagli sulla scuola o sulla sanità. Che chiede con vigore sostegno alle nostre stalle. Che lotta perché i borghi del Molise siano al centro della prossima campagna elettorale. La tenerezza, virtù dei forti! (E.G. 288).

E’ un vero cambio di paradigma: dal peccato alla vita incamminata. Questo l’itinerario che padre Ermes ci ha indicato. Per sanare le ferite laceranti un’estate torrida, senz’acqua, segnata da tanto sangue. Ma proprio per questo, chiede a noi, credenti, di renderci conto che evangelizzare non è una tecnica ma un problema di passione, di convinzione, di creatività, di gioia. Non di dottrina! Perché Cristo è fuoco, creazione, illuminazione. Tramite quella pazienza che sa sempre tenere aperta la speranza, anche davanti ad un albero spoglio per la siccità, certi che potrà rifiorire nella prossima primavera! La nostra tristezza infinita, infatti, si cura soltanto con un infinito amore! (E.G. 265).

mons. Giancarlo Bregantini