“UN PRETE CHE SA VIVERE CON LA SUA GENTE”

INTERVISTA A MONS. GIANCARLO BREGANTINI

Il Molise è stato lo scenario storico di una visita indimenticabile. Quali emozioni restano nel suo cuore?

Penso che l’evento così meraviglioso ed unitario della visita di papa Francesco in Molise sia stato possibile, per una serie di coincidenze positive, frutto di una lunga esperienza pastorale e comunitaria, che sta vivendo la nostra diocesi. Ne scelgo alcune, che colgo in sette fattori: il clima fresco e mite che ci ha accompagnato in tutta la giornata; la unitarietà e concretezza del Comitato di preparazione; il cuore sereno del papa Francesco; i sette siti di sua presenza, così ben intrecciati attorno al tema della misericordia; la dignità della nostra gente; la valenza dei segni ben scelti; la scioltezza e bellezza della celebrazione eucaristica. Tutto questo condito da un’eco mediatica, particolarmente ben preparata dai rispettivi incaricati, che ci ha fatto corona, amplificandone la bellezza e la profondità, oltre i confini del Molise, per abbracciare le chiese italiane. Ognuno di questi segni è un grande regalo del Padre celeste. Ed anche un insegnamento per il futuro pastorale delle nostre parrocchie.

Come ha lavorato il comitato?

Il comitato si è riunito con periodicità, molte volte, in un clima di leale e dialettica collaborazione. Non sono mancati momenti difficili, soprattutto quando ci siamo trovati, inaspettatamente e tardivamente davanti al divieto di utilizzare lo stadio della città, a Selvapiana. Basti pensare che se la notizia della visita del papa è stata data il 5 aprile, il controllo prefettizio sullo stadio fu fatto solo il 24 maggio! E dopo che era già venuto padre Sapienza ed aveva esplorato bene la struttura! Ma Dio ha lavorato anche su questo nostro sconcerto, come sempre sa fare lui! Un disagio che si è poi rivelato provvidenziale, anche con il superamento della scelta della zona industriale, che è servita a responsabilizzare maggiormente il comitato stesso. Per parte mia, ho capito che avrei fatto una scelta fuori luogo. E sono tornato indietro, mi sono fidato. Ed ho affidato a Dio il mio ed il nostro cuore. Ed il Signore ci ha sostenuti, accompagnati, amati realmente. Perché la città ha goduto di quel campo sportivo, ricuperato ora in tutta la sua verginale bellezza. Guardando allo stadio non utilizzabile, ci resti nel cuore, però, un grande impegno, perché nessuna struttura pubblica della nostra terra rimanga trascurata o abbandonata né mai finita. Le nostre belle realtà le dobbiamo custodire! È un impegno etico, che ci dobbiamo prendere anche come presbiteri!

Il momento per lei più toccante?

Molto bella la vicinanza che ci ha concesso di vivere, insieme ai poveri veri ed accanto a don Franco, alla “Casa degli angeli”di Papa Francesco, da lui benedetta e che rappresenta il segno della continuità, che dovrà essere cogestita con tutte le parrocchie, sotto la guida della Caritas diocesana. Accanto a lui, sedeva una famiglia numerosa africana, con una bimba di due anni, vivacissima e mai ferma. Nessun segno lezioso, nessuna maschera, come sempre scrivono certi giornali, come se facessimo vedere al papa una realtà artificiosa. Come se questo Papa non fosse capace di vedere fino in fondo né di cogliere i nostri veri problemi. E’ un uomo vero che ama le cose e le relazioni autentiche. “Si trova bene a santa Marta? – gli chiesi. Molto bene, perché non posso vivere da solo, non ci riesco. Sento di aver bisogno di vivere insieme pur con qualcheinevitabile disagio che questo crea tra la gente! Ci insegna, già con questa battuta, come sia necessario che ogni prete abbia sempre specifici e particolari momenti di vita insieme agli altri preti o con la sua gente! Mai restare da solo! Colpisce proprio per questo anche la sua semplicità. Come quando, assaporando un bel piattone di fettuccine fatte in case con i funghi porcini, molto gustoso, ma forse abbondante, insistevo che lo lasciasse, anche non finito: NO, - mi rispose – perché siamo in una mensa con i poveri.Non si lascia nulla di avanzato nel piatto in un ambiente dove sono loro a dettare le regole! Non mangiò altro, solo una pesca al termine. Lasciò anche il dolce, di cui egli è ghiotto! Cioè cordiale, ma anche sobrio. Finito il pasto, poté godere di un breve momento di riposo. Al termine, gli chiesi se avesse potuto riposare. Umile la sua risposta: “Mi sono tolto le scarpe, mi sono fatto la barba, mi sono sciacquato il viso, ho riposato un attimo. Ed eccomi qui, ad affrontare con gioia il pomeriggio!”. Ne emerge lo stile di un “prete” che sa vivere fino in fondo, con tanto realismo, la vita della sua gente, che non crea miti né barriere. Che si confonde con le fatiche del suo popolo. Che conosce l’odore delle pecore, come i nostri pastori, lungo il tratturo, nelle capanne ora evocate nella nostra celebrazione eucaristica.

Sette sono stati i siti visitati dal Papa lungo il suo viaggio in Molise: lavoro, città, ammalati, poveri, giovani, carcerati, piazza. Cosa resta di quest’avventura insieme?

La folla ovunque è stata grande, la città in festa, la gente in vera gioia, il Molise tutto in grande accoglienza. Per questo, la prima nostra preoccupazione, vissuta nella fase organizzativa, è stata quella di non deludere nessuno. Ma di coinvolgere tutti. In primo luogo, le altre diocesi, poiché il papa ha scelto di visitare il Molise. Non una città o un’altra. Ma una terra, la terra del Molise. Per questo, in tutti i sette siti che ha visitato si sono alternate le voci di tutte e quattro le diocesi, per un corale consenso dei quattro vescovi, uniti in questo mirabile evento. Insieme a tutta la CEAM, che ha seguito con interesse concreto questa Visita, anche dando un sostanzioso contributo per le spese sostenute a Castelpetroso, nell’incontro con i giovani, che aveva il carattere di una GMG regionale.

Il Papa ha accennato anche alle nostre schiavitù molisane. Ci spiega meglio?

Il Papa ha fatto un’analisi lucida anche delle nostre schiavitù molisane, ben dodici da lui evidenziate, chiedendoci di metterci a servizio gli uni degli altri, senza gelosie, partiti, chiacchiere, ambizioni e rivalità, sfiducia e tristezza. Liberi dalla paura, dal vuoto interiore, dall’isolamento, dai rimpianti e dalle lamentele. Ma Cristo ci libera da questo grigiore esistenziale….Siamo invece chiamati alla gioia, al coraggio della fede, alla comunione con Dio e con i fratelli, alla fortezza nelle fatiche e nelle prove.

Adesso resta l’eredità di questa visita storica. Come concretizzare i buoni propositi?

Vorrei porre l’attenzione su alcune parole chiave da approfondire e che adesso devono fare da guida: CREATIVITA’ e DIGNITA’ (avere il coraggio di rompere gli schemi, per andare avanti perché il nostro Dio ci spinge a questo: a essere creativi sul futuro! A non subirlo ma a crearlo, nella speranza, nella cooperazione, in dialogo con la terra, conciliando lavoro e famiglia); LIBERTA’ E SERVIZIO (la prima esigenza è far progredire il bene); ENTUSIASMO E CORAGGIO (l’unico metodo per affrontare la vita e per aprirsi all’altro con gratuità); COMPASSIONE E SOLIDARIETA’ (essere pronti per andare incontro al prossimo con amore); CONDIVISIONE (condividere le fragilità e le difficoltà della gente); MISERICORDIA (come risposta che viene dal Vangelo); FRATERNITA’ (riscoprirci cittadini e fratelli).

Fabiana Carozza